Avevo i capelli tinti di nero con taglio alla valentina. Ero graziosamente deperita. Tenevo mamma per mano e l'allontanvavo dal set fotografico. La mia bambina. Quattro anni fa. Un pò zoppicante. Per quella maledetta operazione di protesi d'anca che ha provocato lo tsunami. Il suo sguardo vispo, tutto d'un tratto, si perdeva chissà dove. Il suo sorriso moriva sulle labbra.
Sensazione di smarrimento. Chi sono? Dove sono? Chi è questa donna che mi tiene per mano? Dov'è la mia mamma? Dov'è mio marito? Come mi chiamo? Non so se devo fare pipì.
Facendo ordine nella libreria, tra vecchi cd dimenticati, ho trovato il video della festa di laurea di mia nipote. Ho inserito il disco. Ho tolto l'audio. Ho fatto scorrere le immagini. Ho cercato i volti delle persone che ho amato. Che amo. Che sono dentro di me.
Perchè non posso far scorrere le immagini della mia vita? Perchè non posso tornare indietro di qualche fermo immagine? Per dare un bacio. Per riceverne uno. Per dare un abbraccio. Per riceverne uno.
Sei mesi. Senza pensare. Se non a tratti. E di corsa a scacciare il pensiero. Oppure cedere. Riordinare le immagini, i suoni, gli odori. E piangere.
Sei mesi. L'altra sera, in auto verso la stazione, un'immagine violenta. L'immagine di mia madre che era volata via senza che io mi rendessi conto. Sembrava che dormisse. Come accadeva spesso ultimamente. Tra una crisi e una'altra. L'ho scacciata subito. Perchè il pugno nello stomaco mi ha tolto il respiro. Anche adesso, che ne scrivo, allontano l'immagine dalla mia mente, le emozioni dal mio cuore. Tengo lontano il dolore che non mi permette di vivere. Il pugno nello stomaco c'è sempre. Nella scala da uno a dieci è fermo perennemente a cinque. Quando non ci penso. Sorpassa il dieci se mi permetto di cedere. Che poi non so se manco esista questa scala di pugni nello stomaco.
Eppure mi sembra di averne fatta una buona scorpacciata. Ma è come se non ne fossi mai sazia. E per evitare l'overdose preferisco il digiuno piuttosto che prenderne a piccoli bocconi.
C'è un vuoto che non si riempirà mai. Non voglio riempirlo. Ci sono vuoti che devono rimanere tali. Eppure, nei miei sogni infantili, accarezzo l'idea di una piccola Maddalena, coi capelli a boccoli neri e gli occhi verdi, che gira per casa e mi riempie le orecchie di gridolini allegri e mi riempie le narici di odore di borotalco e mi riempie le mani di pelle da accarezzare e mi riempie la bocca di parole d'amore e mi riempie la vista di una nuova vita che nasce.
Ha aspettato che tirassi fuori le biciclette che impedivano l'esproprio e poi ha preso quello che era suo. Ritenuto suo. Le reti per la raccolta delle olive. Sistemate nella casetta che mia sorella abbiamo ereditato, di pertinenza dell'abitazione principale. Quattro pareti non parallele di mattoni rossi. Una stanzetta tra due case, a una cinquantina di metri dalla mia. L'immagine che vale una descrizione: un acino d'uva schiacciato tra due cocomeri. Una rimessa di attrezzi agricoli in disuso e le biciclette nuove. Protette da catene e lucchetti, visto che la porta d'ingresso dell'unica stanza ha un catenaccio con lucchetto a prova di bambino.
Ne scrivo a distanza di due settimane per avere il tempo di capire l'effetto su di me. Ne scrivo, nonostante ne sia uscita presuntuosamente lucida, giusto per evitare i vuoti in questa insensata cronaca della mia vita. A dirla in breve, mio fratello preferisce rubare le reti che ritiene siano sue di diritto, piuttosto che chiedermele direttamente. E' uno preciso, lui. Così ha detto l'ultima volta che abbiamo parlato.
E allora aspetto ancora qualche mese prima di cambiare il lucchetto, di cui lui - è evidente - ha una seconda chiave. Aspetto per dargli il tempo di decidere se ha ancora qualcos'altro da prendere. Un torchio. Una botte. Una deraspatrice. Prenderò ancora le biciclette, in modo da lasciargli spazio di entrata movimento e uscita in quella stanzetta lunga e stretta. A me non serve niente di quello che c'è.
Mi sono sentita barricata in casa, in questi giorni. Difficile spiegare. Evitare di incontrarlo per stare bene. O per non stare male. Poi accade che, a furto compiuto, torni a sorridermi e a fare un mezzo saluto quando ci si vede in strada, una volta la settimana di media. Va bene. Credo che sia inutile cercare di capire. Mi sono presa l'impegno di capire me.
E per l'appunto.
Non ho ancora deciso se posso aggrapparmi al sogno della normalità o se, in fondo, questa mia vita è già meravigliosamente normale.
L'altra sera, camminando come un gambero, un pò l'ho capito cosa mi manca.
Papà diceva sempre che lo intontivo di parole. E sorrideva. Parlavo, parlavo, raccontavo, raccontavo, inventavo, inventavo. Perchè lui aveva bisogno di normalità. Perchè io avevo bisogno di normalità. Facevo finta. Non facevo finta. Perchè volevamo vivere l'ordinario in una gestione straordinaria della vita. Volevamo parlare di come va il mondo, della politica, dell'orto, della spesa da fare, delle conserve di pomodoro. Quotidianità. La cosa più bella della vita. Quotidianità.
Papà diceva sempre che lo intontivo di parole. E non sapeva che, la sera, quando tornavo a casa, spesse volte mi fermavo al bivio del paese. Cacciavo fuori tutte le lacrime, fumando l'ultima sigaretta della giornata. Piangevo. Perchè a casa volevo dovevo parlare e ridere e sorridere e fare finta e non fare finta che tutto sarebbe andato bene. Nella quotidianità.
Papà diceva sempre che lo intontivo di parole. Quasi a lamentarsi. E zia, dopo che lui è andato via, mi ha raccontato di quanto fosse orgoglioso di me. Le confidava che sapevo cucinare. Che sapevo risolvermi. Che sapevo risolvere. Papà è andato via consapevole di lasciare una figlia adulta. Indipendente. Pronta sempre a rimboccarsi le maniche.
E dopo questi ricordi dolorosamente bellissimi, ho capito cos'è che mi manca. Mamma è andata via con il ricordo di una figlia bambina. Da proteggere e nello stesso da spingere a imparare a risolversi, a risolvere, a essere indipendente. Mamma è andata via senza sapere di aver lasciato una figlia indipendente. Mamma è andata via senza conoscermi. E' questo il rimpianto più grande. Io, che all'inizio della malattia, posticipavo la mia vita a dopo la sua morte. Io che me lo ricordo, adesso, quando speravo che un fulmine la portasse via da me. Perchè avevo paura di non farcela a vivere l'inferno. Io, che il mio paradiso è stato l'inferno.
Se ne parlava nei giorni scorsi. Del perché un sentimento possa sparire da un momento all’altro. Non c’è un perché. E rimangono rimpianti. E rimangono rimorsi. E i perché senza risposta.
Una volta, ad una persona che non faceva altro che obiettare il mio modo di vivere la vita, ripetendo “non capisco, non capisco, non capisco” come un ritornello di una noiosa canzone, m’è sembrato vitale rispondere con “non è indispensabile che tu capisca”.
Ecco. Non è indispensabile che io capisca come un affetto possa negarsi. Oppure no. Si cessa una relazione. Si sente il bisogno di non camminare più sulla stessa strada. Ma il tratto percorso insieme rimane. Nei ricordi. E nell’affetto. Negare il passato è negare sé stessi.
Molto più comoda questa teoria che ammettere che, in fondo, a volte ci si è sbagliati? Che quell’amicizia non era altro che un usarsi a vicenda e quando una delle due parti ha esaurito il filone d’oro ha cambiato miniera?
Uhm.
E se la smettessi di elaborare teorie strampalate?
E se iniziassi, finalmente!!!!, a regalarmi la facoltà di saper dimenticare?
“Apri le mani e lascia cadere”.
Lasciar cadere il mio passato, le mie opinioni, le mie domande senza risposta,
A mani vuote. Da poter raccogliere di nuovo. Voler raccogliere di nuovo.
Trattengo, nelle mie mani, ciò che arricchisce il mio cuore.
Trattengo, tra le mie mani, un sentimento che mai ha avuto cedimenti, negazioni o insofferenze.
Auguri amica mia.
Tutto questo giro di parole è per te. Che compi gli anni oggi.
Tutto questo giro di parole è per te. Che ci sei sempre con me. Nelle parole e nel silenzio. Sei sempre vicina, nonostante le Alpi a separarci.
Tutto questo giro di parole è per te.
“Perché tu sei la risposta che fa scomparire la domanda”.
Me ne sono resa conto stamattina. Così. All'improvviso. Come mi capita sempre. Le risposte arrivano quando non le cerco. E' successo così. Una lampadina accesa in pieno giorno. E l'ho vista. Nonostante il sole e gli occhiali scuri. In bicicletta, lungo il parco fluviale. Una piccola sosta vicino ai campi di calcetto.
Io sto andando avanti. Non mi sono fermata. Nonostante tutto. Io sto andando avanti.
Il mio passato è doloroso. Il ricordo del mio passato è doloroso. Ancora non sono in grado di apprezzare i ricordi belli. Ancora no. Mi capita spesso. quotidianamente, di rivivere il dolore e di sentirlo sempre vivo. Quasi aumentato. In crescendo. Perchè non ho più mani da stringere. Perchè le mie narici stanno dimenticando l'odore di mia madre e questo mi spaventa. E allora mi aggrappo ai ricordi dolorosi. Perchè in quelli ritrovo mia madre. Non ci sono sforzi di memoria sufficienti a ricordarmela nei momenti felici. E allora mi aggrappo ai ricordi dolorosi. Lei, nella mia sofferenza, c'è. E allora riesco a essere felice nel dolore. Perchè lei c'è.
Ma sto andando avanti. Me ne sono accorta in bicicletta. Lungo il percorso ciclabile che costeggia i due fiumi che circondano la mia città.
Voler vivere riserva una quantità inesauribile di energia. E all'improvviso, questa mattina, mi sono resa conto che i giorni che sto vivendo rappresentano la mia vita attuale. Senza proiezioni verso il futuro. Senza voler rinnegare il passato.
Alzarsi all'alba di un sabato mattina per andare alla stazione. Fare l'amore, andare al mare, scottarsi come peperoni, fare l'amore, fare una passeggiata nel centro storico, cadere in letargo alle nove e mezza di un sabato sera, svegliarsi di nuovo all'alba, fare l'amore e poi in bicicletta a cercare nuovi percorsi semi inesplorati e poi, nel pomeriggio, una piccola escursione in montagna per studiare il percorso per scalare la vetta del Gran Sasso il prossimo agosto.
Maddalena sarebbe contenta di Rosella. Perchè se la sa cavare. Perchè, nonostante tutto, non ha dimenticato come si fa ad amare. Perchè è un rischio che vuole correre. Perchè non ci sono sorrisi senza amore.

Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l´Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro destino. Un militare a fare da guardia ciascuno agli accessi alla
zona rossa, quella off limits. Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato nell´unico posto aperto, dove vanno tutti, la gente, dai militari alla protezione civile. Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati. Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando "Si Può Fare" . Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, AnnaMaria, Franco e la sua donna.
Poi siamo tornati quando il film stava per finire. La gente piangeva. Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non avevo paura di diventare pazzo quando recitavo. Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore. Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa.
Francesca sta malissimo. Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all´improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE. Gli anziani stanno impazzendo. Hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve. Gli hanno vietato persino di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c´era la parola `cazzeggio´.
A venti chilometri dall´Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente militarizzata. Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi,
ieri hanno accoltellato uno. Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti di militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8. Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di ***** arriveranno coi loro elicotteri e
le loro auto blindate? Lì???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente. Non hanno niente, gli serve tutto. (Hanno) rifiutato ogni
aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica.
Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L´Aquila. Poi c´è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono.
Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto. E´ come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a
stordirsi di qualunque cosa, l´importante è che all´esterno non trapeli nulla.
Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio. Il ragazzo che me l´ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole. Qua i media dicono che lì va tutto benissimo. Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che "quello che il Governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l´intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente". Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti lì è proprio non impazzire. In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c´è più, tutto perduto.
Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perché i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera. C´era un
silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie. E poi quest´umanità all´improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato lì.
Ci voglio tornare. Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c´erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al
bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli `Assaggi, assaggi´. Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finché Michele non l´ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: "Non bisogna perdere le buone abitudini".
Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere.
Anzi metto in rete questa mia lettera per te.
Andrea Gattinoni, 11 maggio notte.
Andrea Gattinoni, attore, il "presidente" nel film "Si può fare", di cui mi regalo conitnue visioni perchè è un film dove si ride e dove si piange. Tanto. Si piange perchè la vita ha un senso se hai un ideale da realizzare.
Grazie, Andrea, per la tua testimonianza.
E oggi è l'11 giugno. Tanti anni fa un uomo amatissimo con la volontà e la tenacia di realizzare l'ideale di democrazia universale se n'è andato. Ciao, Enrico.
Cronaca degli ultimi giorni
A parte che sono incacchiata delusa, con conati di vomito e brividi di terrore, per come vanno le cose. In Italia. Specie con la pennellata di oggi che sembra non abbia destato stupore.
A parte che i miei conterranei continuano a vivere nelle tendopoli che quando fa caldo si fanno le saune e quando fa freddo dormono in celle frigo. Chi può, si arrangi. Si costruisca quattro pareti con un tetto. Che delle norme antisismiche adesso ce ne freghiamo. Stiamo organizzando crociere per le vacanze. Mentre gli albergatori della costa, di cui la maggioranza aperti sono nella stagione estiva, ancora non sanno come quando e se verranno rimborsati dal governo.
A parte che sento un bel trambusto all'interno. Che fa pure male. Ne sono insofferente e intollerante. Estenuanti discussioni in cui ne esco sempre a pezzi. Parlando tra me e me, intendo. "Ora che ho trovato le risposte mi hanno cambiato le domande". E' un cammino verticale. A volte orizzontale. A volte mi lascio perdere e bivacco un pò.
A parte che, ma questa è una constatazione che almeno mi rassicura un pò, ormai sono definitivamente certa che mio fratello mi abbia tolto il saluto. Amen. Almeno ho eliminato un'incertezza dalla mia vita. Bisogna sempre partire dal basso.
A parte che i lavori a casa sono quasi ultimati. Manca la scelta del colore delle pareti, l'acquisto del divano. Ho già ordinato i coprisedia e gli arredi con un bel tessuto verde bambù con foglie di vite. In onore di papà. Difficoltà nelle ricerche sulla stampa da appendere sulla parete di pietre, in onore di mamma. "Lo specchio della vita", di Pellizza da Volpedo. Un'opera d'arte unica, direi.
A parte che mi domando sempre di più cosa ci voglia per farmi tornare il gusto di amare gli altri. Di provare fiducia. Di sentire il piacere di stare in compagnia, fosse solo per un semplice cazzeggio.
Questa è una delle domande cambiate.