Non ho saputo cosa rispondere. Eppure la domanda è stata essenzialmente semplice. Cosa fai? A parte lavorare dormire mangiare curare i gerani leggiucchiare parlare da sola pensare troppo sempre e solo alle stesse cose da avere conati di vomito?
E’ che io sono portata per le decisioni fulminanti. Pensare ponderare scegliere soppesare valutare pro e contro. Manco sotto tortura. Cosa fai? Contemplare il soffitto in attesa di qualcosa che mi riempia il tempo libero ora che ne ho troppo e non sono abituata e per lo più lo spreco.
Un click su google. Yoga nella mia città. Primo sito. A due chilometri da casa. Telefono. Concordo lezione di prova per la sera seguente. Beatitudine, un ritrovarmi insperato. Da sola con me stessa, condividendo la lezione con compagni sconosciuti di cui non mi preme la conoscenza. Nessuna mossa sul rimettermi in gioco. Con gli altri. Ho bisogno di farlo per me. Rimettermi in gioco con me stessa per me stessa. Altra scoperta insperata. Anche io ho gli addominali bassi. Mai usati, come nuovi. E mi hanno tenuto compagnia tutto il fine settimana, piacevolmente doloranti a ogni colpo di tosse.
E nuovo taglio di capelli. Decisione fulminea presa sabato mattina. Sveglia all’alba che c’è da recitare un intero rosario di porca puttana. Non arrivo alle sette. Nemmeno di domenica mattina. Porca puttana. Sveglia che è ancora notte. Caffè e lettura dei giornali su internet. Alle nove ho già comprato vasi e terriccio. Alle undici ho i capelli scalati leggermente mossi. Alle dodici sono a casa con quattro piante nuove. Tempra forte. Da sopportare il rigido inverno che allieta il davanti della mia casa. Un’erica pronta alla fioritura. Un pino nano. Una nonsocomesichiama rigogliosa di verde e viola. Un cespuglietto verde e giallo. Metto sui fornelli a rosolare, a fuoco basso, costatine di maiale a cui aggiungere salsa di pomodoro per il mio pranzo. Guanti, carriola, i sassi presi al mare la scorsa estate. La mia siepe in vaso. Pulisco, svaso, rinvaso, aggiungo il fertilizzante, una spruzzatina d’acqua, spennello il terriccio in eccesso sui bordi del vaso, sistemo i sassi a formare una cornice fintamente casuale. Intanto, in casa, la mia piantina grassa dopo due anni è in piena fioritura fucsia.
Mio nipote rientra in casa. La casa a fianco alla mia. Mi saluta contento. L’altra sera sono riuscita a dargli la maglietta della Juve comprata a Torino tre settimane fa. Non lo vedo spesso, ora che è quasi inverno. Ci siamo incontrati per strada e gli ho chiesto se aveva tempo di fermarsi un attimo che avevo un regalo per lui. La taglia è xl, spero ti stia bene. Mi saluta contento, appunto. Zia la maglietta è bellissima, mi sta bene. Sono contenta anche io. Continuo a sistemare le piante, vincendo la tentazione di potare le rose che perdono foglie. Ma non si pota incontro all’inverno. Dovrò pazientare fino a marzo.
Ho comprato anche i fiori per mamma e papà. Telefono a mia sorella. Ci vediamo al cimitero? Mamma è troppo in alto per me e le mie vertigini improvvise mi impediscono di rischiare la scalata. E poi di nuovo a casa, ho svasato una pianta grassa e l’ho moltiplicata per tre. Una è anche per mia sorella.
Domenica mattina di nuovo sveglia all’alba. Non ancora le dieci e ho già stirato, fatto il bucato, spolverato, letto i giornali. Bagno rilassante prima del pranzo a casa di zia. Sulla strada incontro la migliore amica della mia mamma, mia madrina di battesimo. E mi vengono in mente frasi del vangelo, specie in questi giorni con questa ipocrisia del crocefisso come simbolo dei valori del popolo italiano. Ero malato e mi avete visitato. Ero straniero e mi avete ospitato. La saluto questa amica della mia mamma. Confesso che in passato ho sperato che si ammalasse anche lei. Che restasse sola. Che soffrisse di malattia di solitudine di rimpianto e magari di rimorso. Confesso che quella che si è ammalata sono stata io. Non di malattia di solitudine di rimpianto e di rimorso. No. Mi sono ammalata di rancore. Me ne sono nutrita fino all’indigestione. Troppo per sopravvivere. E allora mi sono ritrovata ad abbracciarla a baciarla e a sorriderle. Perché preferisco avere la malattia dell’insonnia mattutina piuttosto che alimentare il male oscuro che riempie il mio tempo libero pensando troppo sempre e solo alle stesse cose da avere conati di vomito.
Passo da mia sorella, prima da andare da zia. Beata te. Tutta bella rivestita profumata riposata. Non c’hai niente da fare, eh? Beata te.
Non raccolgo. Solo che mi dispiace che pensi questo. Dovrei sentirmi in colpa perché ho del tempo libero? Dovrei giustificare il fatto che alzandomi all’alba arrivo a un’ora del giorno in cui posso godere del tempo libero? A mia sorella poi? No. Non raccolgo e non sento il bisogno di giustificarmi.
Credo che ognuno sia padrone del suo tempo. Più o meno, insomma. Io ho sempre avuto l’aria di quella che non c’ha un cazzo da fare.
Ma va bene così. A casa mia le piante grasse fioriscono in autunno.
AIBACOM ONLUS (Associazione Italiana Balbuzie e Comunicazione) aderisce all'annuale "Awareness Day", manifestazione tesa alla sensibilizzazione, indetta dalle organizzazioni che riuniscono associazioni di tutto il mondo e di cui siamo membri: ISA (Internation Stuttering Association) ed ELSA (European League of Stuttering Associations).
Il programma prevede un incontro-dibattito a Roma alle ore 9 di sabato 17 Ottobre presso la sala conferenze dell'Istituto Santa Maria alle Fornaci, nella piazza omonima al n.
Nel pomeriggio, presso la stessa sala, si riuniranno soci e simpatizzanti dell'Associazione per discutere gli obiettivi e i programmi della stessa.
E infine la sera del 17 ottobre, alle ore 20.45, si svolgerà uno spettacolo presso il Teatro Orione di Roma (Via Tortona n. 7) che vedrà la presenza di numerosi personaggi del mondo dello spettacolo. Gli autori del programma sono Cristina Di Giambattista e Andrea Lomoro, il quale curerà anche la regia. Hanno dato la conferma della loro presenza: Filippo Timi,Paolo Bonolis, Roberto Angelini, Simone Cristicchi, i ballerini Simone Di Pasquale con Daniela Ayala e Kledi Kadiu con la sua partner. E poi ancora: il maestro Paolo Ormi e altri musicisti di fama tra cui Marco Lo Russo e Giovanni Mirabile e la cantautrice Melissa Ciaramella. Scioglieranno la riserva in questi giorni altri personaggi: un comico, un cantante - quasi certamente Niccolò Fabi - ed altri ancora.
“Anche il padre di tizia ha l’alzheimer, ma l’hanno preso in tempo, se ne sono accorti sul nascere e adesso sta seguendo una cura. Hanno bloccato la malattia.”
Io continuo a mangiare, devo stare pure attenta che non mi rubino le pietanze. Sarà che sono da curare ma c’ho un rapporto passionale col cibo, manco fossi sotto peso, ma una delle amiche di mia sorella ha ordinato una cena ridotta e adesso assaggia dai piatti delle altre.
Tanto ci pensa mia sorella a rispondere. Le amiche sono le sue e io faccio la parte della guest star. Mi piacciono le sue amiche. Il più delle volte parlo anche io, ma ci sono serate, come questa del venerdì, che preferisco ascoltare.
Mi piace Rita. Che più invecchia e più si toglie i peli dallo stomaco. E a chi le fa notare la crescente acidità, risponde: e chi cazzo se ne frega!
Mi piace Patrizia. Mi piace Oriella. Mi piacciono le altre. L’alzheimer è un pensiero astratto, per loro. Non è una colpa. Non mi è mai venuto in mente di incolpare il mondo. Anche se certe frasi, dovute all’estraneità, possono risultare antipatiche.
Guardo mia sorella. Rossa in volto. Che contraddice la possibilità del blocco della malattia. So cosa le sta passando nella testa. Figlia che non si è accorta. Che non ha preso in tempo il mostro prima che distruggesse sua madre. Non ci sono terapie che possano bloccare la malattia. Si può sperare in un processo degenerativo più o meno lento.
Non sono mie amiche. Ma anche se lo fossero, mi accorgo tutto a un tratto, che non me ne importa di dover difendere/spiegare il perché e il come l’alzheimer riesca a strapparti ogni speranza.
Ieri sera ho ascoltato Orhan Pamuk, a me del tutto sconosciuto. Che a 57 anni ha scoperto che è meglio essere idioti e felici, piuttosto che intelligenti e infelici. Che cosa sia poi la felicità. Non te ne accorgi mai quando la vivi.
Io aggiungo che a volte ci si può arrivare alla consapevolezza. Nell’attimo in cui la si vive. Ieri sera. Prima dell’intervista al premio nobel. Dopo la visione del film “una questione di cuore” e qualche lacrima sul finale. “Questa è la domanda”. Caminetto acceso. Il signor Acciaio a regalarsi un bel bagno profumato prima di cena. Io che preparo la “Tiella” da mettere in forno. Mia sorella, in visita, con la torta alle noci, quelle noci che abbiamo raccolto insieme la domenica precedente. Un bicchiere per aperitivo. A raccontare del concerto della Pfm, della sera prima. Della passeggiata mattutina nel centro storico.
Se fossi stata a guardare dietro i vetri della finestra, avrei visto la felicità.
Stasera ho preparato altre provviste per l'inverno. Pesche settembrine sciroppate. Quattro vasetti come primo esperimento in solitaria, dall'ultima volta fatte con papà.
Ho capito che posso regalarmi di ricordare i miei genitori in queste cose materiali. Le conserve di pomodoro. La catasta di legna per il caminetto. Sono ricordi accarezzati. Fotogrammi che sfiorano il mio sguardo.
Ho capito una cosa, di ritorno a casa. L’ho sentita nella pancia. Dolore sordo. Io non posso pensare a mia madre. A mio padre. Devo tenerli lontani dai miei pensieri se non voglio stare male. Li vedo gli occhi di mio padre. Lucidi di delusione, nella triste consapevolezza della solitudine imposta dalla malattia. Li vedo gli occhi di mia madre. Persi nel vuoto, quasi timidi, come a rendersi conto dell'assenza di sguardi da incrociare. Perdono mamma. Perdono papà. Faccio del male a me stessa se penso ossessivamente agli ultimi anni. Mi privo della possibilità di riuscire a superare la paura di lasciarmi andare.
Non so bene quale sia la strada in cui sto camminando. So che le giornate di lavoro riempiono i vuoti delle domande senza risposte. Ci sono giornate freneticamente allegre. Atre in cui mi domando quale sia il senso.
Il prossimo fine settimana ci sarà il signor Acciaio a camminare con me. Andremo al concerto della pfm. Respireremo l’aria della famiglia. La nostra. Ho strappato la promessa di evitare il viadotto per andare al palazzetto dello sport. Io cercherò di sopprimere la sindrome della Carrà che mi porta a sventolare i capelli.
Perdono mamma. Perdono papà. Vi accarezzo e vi tengo con me. Ho le tue stesse mani, mamma. Ho i tuoi stessi occhi, papà. Conservo nel cuore questi ultimi anni. Ora devo imparare come si fa a vivere senza avervi con me.

Aspetto che il ferro da stiro si scaldi. Ho rifiutato la pizza fatta in casa da mia sorella. Ci sono stata già ieri sera a casa sua. Pollo nostrano, patate giganti, peperoni arrosti, ciambellone ai frutti di bosco, Montepulciano. Ho rifiutato anche se la sua pizza è ottima. Ma sono giorni che non sto mai a casa, se non per dormire. Ancora devo decidere se amo questa casa. Se mi piace starci. O se è un’abitudine. Come la maggior parte delle cose che faccio. Aspetto che il ferro si scaldi, e bevo un bicchiere di Montepulciano. Ho stappato la bottiglia in mio onore. Mi gira un po’ la testa. Aspetto che il ferro si scaldi e penso a un po’ di cose.
Ieri sera. Visita in ospedale. Non mi è mai capitato, in questi ultimi tempi, di incontrare la mia unica nipote femmina. Ieri sera è stata la seconda volta, dopo un velocissimo saluto, circa tre settimane fa. E ho scoperto che ho saltato tutti gli ostacoli. Ma non lei. A parte il ciao, non l’ho mai guardata. Non le ho parlato. Non sono intervenuta nella conversazione. Ho saltato tutti gli ostacoli, ma non lei. In fondo, mi ha profondamente deluso. Sono arrabbiata e stupita delle sue intenzioni passate di farmi del male. Ma non provo sentimenti di rivalsa. Sono arrabbiata e non ho il desiderio di parlarle, ascoltarla, starle vicino. Nessun dramma, in fondo. Solo il bisogno di stare lontano.
Ieri sera. Uscendo dall’ospedale. Una mia amica di infanzia. Suo padre ricoverato. In fin di vita. Mia sorella la rincuora e, c’era d’aspettarselo, ha paragonato la sua esperienza alla nostra. Il suo dolore al nostro. No. No. No. No. Non ho nessuna intenzione di parlare di mia madre con una persona estranea. Non ho nessuna intenzione di regalare le mie lacrime. Non ho nessuna intenzione di svalutare dieci anni di malattia in un gesto consolatorio.
Il ferro è caldo. Questa casa mi piace. Ho già deciso. Solo che a volte mi prende la nostalgia.